Il 7 ottobre, sulla Pnice di Atene, Marco Rubio ha pronunciato il discorso che Gilles Gressani e Arnaud Miranda traducono per intero e commentano riga per riga. La genealogia che propone va da Leonida e Achille ad Alessandro, Cesare, Carlo Magno e Cortés, e la scelta che impone è secca: il perseguimento «senza scuse» della potenza nazionale, oppure un avvenire di «atrofia, servitù e declino». Per gli autori è il possibile testo fondativo di una dottrina occidentalista per l’America dopo Trump, che riduce l’eredità democratica a favore dell’eccellenza aristocratica e della conquista. È anche una mossa nella concorrenza con J. D. Vance per definire il dopo Trump.
Il commento lavora sui testi. Rubio fonde Atene e Gerusalemme, mentre Strauss, da cui la formula viene, vi vedeva una tensione irriducibile. Il thymos che esalta arriva da Fukuyama più che dai Greci, e pende verso la hybris più che verso la sōphrosunē. Salamina, letta con Erodoto, insegna il contrario di quello che Rubio celebra: Atene si salvò abbandonando la città per combattere sul mare. Scegliere il Partenone, finanziato in parte con il tesoro della Lega di Delo, per elogiare un’alleanza «non a somma zero» è per gli autori un atto mancato, o ignoranza crassa.