Catena 11 fonti · giu 2025 – ott 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura

  1. 3giu 25Sciences Po
  2. 6giu 26The Economist
  3. 10giu 26The Economist Group
  4. 4ago 26The New Yorker
  5. 5ago 26Artribune
  6. 7ago 26The Economist
  7. 9ago 26MIT Press Reader
  8. 8ott 26Le Grand Continent
  9. 11ott 26Bloomberg
  10. 1ott 26The Sunday Times
  11. 2ott 26Euronews

Il 1° agosto 2026 due droni russi, a sette minuti l’uno dall’altro, colpiscono a Kharkiv il magazzino di uno dei maggiori editori ucraini. Due mesi dopo droni ucraini colpiscono tre data center di Yandex. Sono due attacchi a infrastrutture di contenuti, uno per parte, e nessuno dei due mira a un messaggio: il primo brucia i libri da cui una generazione dovrebbe imparare, il secondo spegne le macchine da cui partono, si sostiene, i bot che lavorano il consenso nei paesi alleati. Questa catena mette in fila undici schede che vedono la stessa mossa da lati diversi. L’offesa informativa e culturale si sposta dal messaggio al canale: lo colpisce, lo degrada, lo compra, oppure ne occupa la cornice. E lungo tutta la catena il dato che manca è sempre lo stesso, l’effetto.

Il canone come bersaglio

Dominic Hauschild e Sofia Johanson, sul Sunday Times, ricostruiscono che cosa c’era nel magazzino di Ranok: circa otto milioni di libri, un quinto di tutto ciò che l’Ucraina aveva stampato l’anno prima, e più di 620.000 manuali scolastici.1 Nella stessa estate un altro attacco distrugge una tipografia vicino a Kiev e il più grande mercato del libro della capitale. Il conto è di tredici milioni di libri bruciati e di 1,3 milioni di manuali che non arrivano nelle scuole per il 1° settembre.

Il dettaglio che conta è quale libro sia andato perso. È il manuale del nuovo curricolo, quello che dopo trent’anni toglie dalla scuola lingua, letteratura e storia russe e mette al centro autori e storia ucraini, e secondo la viceministra della cultura 12.500 scuole sono rimaste senza i testi per insegnarlo. Che i colpi fossero mirati lo sostiene l’editore, e il giornale non lo verifica; il paragone con i roghi nazisti è suo. Ma anche senza intenzione accertata il caso mostra la geometria del bersaglio: un canone si trasmette attraverso una filiera, e una filiera concentrata ha un punto in cui basta colpire una volta. Un solo deposito custodiva un quinto della produzione nazionale.

Il silenzio dei bot

L’attacco speculare arriva in ottobre. Sasha Vakulina, per Euronews, elenca i tre obiettivi: Sasovo, che ospita due dei tre supercomputer su cui Yandex sviluppa il proprio modello, poi Kaluga e Vladimir, dove le operazioni sono state sospese.2 Zelensky parla di risposta «speculare» agli attacchi russi ai data center ucraini. Secondo Cloudflare Radar il traffico automatizzato in uscita dalla rete di Yandex è sceso di circa il 94 per cento rispetto alla seconda metà di settembre, e in rete si è diffusa la tesi di un crollo dei bot filorussi, con meno attività intorno all’AfD in Germania e a Reform UK.

Il pezzo vale per quello che si rifiuta di concludere. Il dato di Cloudflare comprende anche i crawler legittimi e non isola i bot politici; il calo coincide con gli attacchi, ma il nesso non è dimostrato; le affermazioni su AfD e Reform UK non sono state verificate da nessuno in modo indipendente; e Zelensky, per cui «è diventato un po’ più facile respirare», è una parte in guerra. Resta la forma della mossa, che è la stessa del magazzino di Kharkiv vista dall’altra parte: se l’effetto venisse confermato, un paese avrebbe colpito in territorio nemico per difendere la formazione del consenso nei paesi che lo sostengono. Il contenuto è trattato come munizione, e il data center come il deposito che la custodisce.

Degradare la rete altrui

Mailyn Fidler, per la cattedra su digitale e sovranità di Sciences Po, aveva dato a questa mossa un nome generale un anno prima.3 La frammentazione classica di internet è rivolta all’interno: uno Stato allinea la rete alle proprie esigenze, come fanno il Great Firewall e il RuNet. Quella che Fidler osserva dal 2024 è rivolta all’esterno, e serve a degradare la rete altrui. Ne distingue quattro forme: i controlli all’esportazione su semiconduttori e componenti, il sabotaggio dei cavi sottomarini, con un precedente che risale alla guerra ispano-americana del 1898, i deserti di connettività prodotti da dove il capitale ha deciso di posare l’infrastruttura, con il Senegal a sei cavi e la Guinea a uno, e la concorrenza fra cinque convenzioni regionali sul cybercrime.

La sua conclusione è che questa frammentazione «sfuma dal protezionismo all’aggressione». Evan Osnos, sul New Yorker, fornisce lo sfondo in cui la frase smette di sembrare un’iperbole.4 Il successore dell’ordine americano, nelle parole di Mark Leonard che Osnos riporta, non è un ordine cinese ma un «un-order», una giungla in cui ogni paese si arma, sussidia, accumula e cerca chokepoint. Il magazzino di Ranok e il supercomputer di Sasovo sono chokepoint dei contenuti: punti di passaggio obbligato dove un colpo solo vale quanto mille messaggi.

Comprare il canale

Il chokepoint si può anche comprare. Il 4 agosto 2026 Electronic Arts passa al Public Investment Fund saudita, a Silver Lake e ad Affinity Partners di Jared Kushner per 55 miliardi di dollari, venti dei quali presi a prestito. Matteo Lupetti, su Artribune, mette l’acquisizione in fila con il resto del portafoglio: quote di Take-Two, Capcom, Nintendo ed Embracer, le piattaforme di esport ESL e FACEIT, Scopely e Niantic, la divisione Savvy Games Group, il 96 per cento di SNK in mano alla fondazione del principe ereditario.5

Lupetti però non chiude dove ci si aspetterebbe. La categoria corrente per questi investimenti è il gameswashing, l’uso dei videogiochi per ripulire un’immagine, e lui la contesta con un argomento di Kareem Shaheen: un paese che ha fatto uccidere un giornalista dentro un’ambasciata senza subirne conseguenze non ha bisogno di migliorare la propria reputazione con i videogiochi. Gli investimenti rispondono anche a logiche interne, come quelli dei governi occidentali nello sport e nella cultura, e la categoria del lavaggio dice più dell’angolo da cui si guarda che della strategia. È un avvertimento che questa catena deve tenere per sé: leggere ogni acquisto come un’arma è anch’esso una cornice. Quello che resta, tolta la cornice, è un dato di proprietà: chi possiede l’editore decide che cosa si produce, e non ha bisogno di dire niente a nessuno.

Il briefing dell’Economist sulla deglobalizzazione della cultura spiega perché possedere il canale conti più che esportare un contenuto.6 La monocultura globale non si è realizzata: in Danimarca le canzoni in danese sono passate da cinque a diciotto delle prime venti in pochi anni, Netflix ha abbandonato le produzioni «universali» come Marco Polo e Sense8 per serie iper-locali che funzionano meglio anche all’estero, e Free Fire domina in Asia e in America Latina restando marginale in Occidente. Le piattaforme globali non hanno omogeneizzato i gusti, hanno abbassato le barriere d’ingresso. In un mondo così, il soft power che consisteva nell’esportare un immaginario unico si assottiglia, e il valore si sposta su chi possiede l’infrastruttura su cui tutti gli immaginari locali viaggiano.

Quali verità servire

Il messaggio, comunque, non scompare: cambia registro. L’Economist legge un blockbuster cinese, Welcome to Dragon Restaurant, come lo specchio della politica estera di Pechino dopo la stagione dei «lupi guerrieri».7 Il protagonista è un cuoco che si arricchisce servendo tutti, e la diplomazia che il film rispecchia segue la massima di Ren Zhengfei: negli affari si parla solo di affari. Niente lezioni morali, niente impegni di sicurezza, amicizia con chiunque.

Il giornale nota l’eccezione che rivela il resto: la neutralità vale per tutti tranne che per il Giappone, accusato da Xi di revivalismo militarista. Nella diplomazia del ristorante del drago è Pechino a decidere quali verità servire a tavola, e un menu è un messaggio che non si presenta come tale. All’estremo opposto sta il messaggio dichiarato. Il 7 ottobre Marco Rubio parla sulla Pnice di Atene, e Gilles Gressani e Arnaud Miranda, su Le Grand Continent, traducono e commentano il discorso riga per riga.8 La genealogia va da Leonida e Achille a Cortés, e la scelta è fra la potenza nazionale perseguita «senza scuse» e un avvenire di «atrofia, servitù e declino». Per gli autori è il possibile testo fondativo di un occidentalismo americano dopo Trump, e la loro critica è filologica: Salamina, letta con Erodoto, insegna il contrario di ciò che Rubio celebra, e il Partenone fu pagato in parte con il tesoro della Lega di Delo. Un discorso di dottrina resta un’arma del vecchio tipo, ma il suo primo bersaglio è interno: è anche una mossa nella concorrenza con J. D. Vance per il dopo Trump.

Chi scrive la cornice

L’arma più efficace dell’archivio, però, non è né un bombardamento né una dottrina, ed è stata usata in tempo di pace. Leah C. Stokes ricostruisce come nel 2004 BP abbia messo online un calcolatore dell’impronta di carbonio e speso oltre cento milioni di dollari l’anno per far pensare il mondo al clima in termini di comportamenti individuali.9 Quando il documentario di Al Gore esce nel 2006, il concetto è già il quadro d’azione dei suoi titoli di coda. La campagna non ha diffuso una falsità: ha spostato la domanda dal piano politico, chi mantiene l’infrastruttura fossile, a quello morale, quanto inquina la tua doccia. Chi scrive la cornice decide la domanda, e chi decide la domanda non deve vincere nessuna risposta.

Da qui si capisce perché la scheda più piccola della catena sia anche la più inquietante. Nel giugno 2026 l’Economist nomina defence editor il generale di divisione Alex Turner, che fra il 2020 e il 2022 ha comandato la 77ª Brigata, l’unità dell’esercito britannico per le «attività informative», le cui attività, secondo una richiesta di accesso agli atti del 2024, hanno compreso il monitoraggio del dibattito online dei cittadini britannici durante la pandemia.10 La scheda aggiunge un dato di contesto, da un rapporto di Action on Armed Violence: quasi il 60 per cento degli ex militari britannici presentati dai media come esperti indipendenti ha legami commerciali non dichiarati con l’industria della difesa. Non c’è niente di illecito nella nomina. C’è però il segno che anche dal lato di chi si difende il confine fra chi scrive la cornice delle notizie e chi conduce operazioni informative si sta assottigliando.

L’obiezione è la più solida perché poggia su volumi e non su dichiarazioni, ed è esattamente il tipo di dato che alla catena manca. Ma i volumi misurano quanto passa, non chi controlla i punti di passaggio. Un mondo in cui i dati attraversano più confini è anche un mondo in cui un data center vale la pena di essere colpito, e il «dis-ordine» descritto da Osnos non è il contrario dell’integrazione: è la sua forma armata, in cui l’interdipendenza cresce e ciascuno cerca il nodo da cui tenere gli altri. Lo stesso Donnan, del resto, non distingue fra integrazione voluta e subita, e il suo «che ci piaccia o no» finale constata più di quanto spieghi. Ne esce una correzione che la catena accetta: l’offesa sul canale non disintegra la rete, la rende contendibile in ogni punto. E una conferma che la catena non può evitare. Dall’editore di Kharkiv a Zelensky, da chi denuncia il gameswashing a chi lo nega, l’effetto lo dichiara quasi sempre chi ha interesse a dichiararlo; la misura indipendente è la cosa che il fronte dell’informazione produce di meno. Che cosa resti a chi deve difendersi, se non può contare né sul riconoscere il messaggio né sul misurarne l’effetto, è la domanda della seconda parte.

Nella catena

  1. 1Dominic Hauschild e Sofia Johanson / The Sunday Times — Putin’s war on schools: ‘millions of books burnt before my eyes’
  2. 2Sasha Vakulina / Euronews — Attacchi ucraini ai data center Yandex: crolla l’attività dei bot russi?
  3. 3Mailyn Fidler / Sciences Po — Internet Fragmentation’s Outward Turn
  4. 4Evan Osnos / The New Yorker — The Future, Made in China
  5. 5Matteo Lupetti / Artribune — L’Arabia Saudita si sta comprando l’industria dei videogiochi. Ecco come
  6. 6The Economist — Forget the World Cup. Culture is becoming more fragmented
  7. 7The Economist — In film and in life, China pursues dragon-restaurant diplomacy
  8. 8Gilles Gressani e Arnaud Miranda / Le Grand Continent — Marco Rubio invente l’Occident de Trump
  9. 9Leah C. Stokes / MIT Press Reader — The Climate Crisis Is Bigger Than Your Footprint
  10. 10The Economist Group — Alex Turner appointed as Defence Editor of The Economist
  11. 11Shawn Donnan / Bloomberg — Populists Are Losing Their War on Globalization controtesi

Concetti ricorrenti nelle fonti Cina×4 Stati Uniti×3 editoria×2 paradigma tecnocratico×2 propaganda×2 Regno Unito×2 Russia×2 Ucraina×2

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