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1619 Project

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Progetto editoriale del New York Times Magazine, pubblicato nell’agosto 2019 e ideato da Nikole Hannah-Jones, che propone di datare la fondazione degli Stati Uniti al 1619, anno d’arrivo in Virginia dei primi africani schiavizzati, invece che al 1776; premio Pulitzer per il commento nel 2020, poi podcast, inserto e curriculum scolastico. Nel sito è il caso su cui si tiene insieme una distinzione che quasi ovunque collassa, e va letto su tre piani separati. Sulla centralità — la schiavitù come elemento strutturale della storia americana e non come macchia — il progetto ha ragione, e lo concede anche chi lo ha criticato: «gli Stati Uniti non furono fondati per proteggere la schiavitù, ma il Times ha ragione sul fatto che la schiavitù fu centrale nella loro storia», scrive Leslie M. Harris nel marzo 2020. Sulla causalità il saggio d’apertura afferma che una ragione critica dell’indipendenza dalla Gran Bretagna fu proteggere la schiavitù: è l’affermazione che Harris contestò come verificatrice esterna nell’estate 2019 e che il giornale pubblicò lo stesso, quella su cui cinque storici accademici chiesero rettifiche nel dicembre 2019, e quella che Hannah-Jones ha poi riconosciuto di aver sovraesteso. Sul metodo sta la conseguenza che interessa al sito: la storiografia di Jill Lepore, che il sito adotta, tratta le verità fondanti americane come affermazioni sul mondo e non come miti, dunque processabili con le prove — e un impianto simile non può permettersi fatti larghi, perché il fatto largo è l’arma che si consegna a chi difende la cornice vecchia. Harris lo aveva previsto scrivendo alla redazione, e lo registra come consuntivo nello stesso articolo. Il giornale ha poi apportato una modifica per chiarire la portata di quell’affermazione, come registra Keeanga-Yamahtta Taylor sul New Yorker nel febbraio 2023; Jill Lepore, nel novembre 2025, ne dà la formulazione esatta — una correzione parziale, «alcuni dei coloni». Va aggiunta una terza linea di critica, che non viene da destra e non riguarda i fatti: sempre Taylor osserva che l’enfasi sulla schiavitù come causa unica del presente cancella la comprensione di come il cambiamento sia avvenuto nel tempo, e con essa i movimenti sociali che l’hanno prodotto. Non «sbagliato» ma «incompleto» — difetto di architettura causale, non di documentazione.

  • canone — Correzione di un canone storiografico che aveva espulso schiavitù e razza; l’errore di fatto del 2019 non annulla la correzione di cornice.
  • delega epistemica — Nell’estate 2019 il Times delegò a una storica la valutazione di un’affermazione e poi non ne accettò l’esito: verifica presente e scavalcata.
  • guadagno epistemico — Il testo che organizza benissimo le attese attorno a una tesi falsa: la frase dell’agosto 2019 sulla Rivoluzione americana è quel caso.
  • Nikole Hannah-Jones — Ne è l’ideatrice e curatrice: il saggio d’apertura dell’agosto 2019 è suo, ed è lì che l’affermazione contestata fu pubblicata.
  • Leslie M. Harris — Interpellata come verifica esterna nell’estate 2019, contestò l’affermazione centrale, e il Times la pubblicò comunque.
  • Jill Lepore — Non firmò la lettera dei cinque storici del dicembre 2019: è con il progetto sulla centralità, contro la sua tesi sulla causalità.
  • monocausalità — Negli Stati Uniti fra il 2019 e il 2023 è il caso documentato: l’enfasi sull’origine cancella il modo in cui il cambiamento è avvenuto.
  • Keeanga-Yamahtta Taylor — Nel febbraio 2023 ne fa la critica che non viene da destra e non riguarda i fatti: non sbagliato, incompleto.
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