Catena 10 fonti · apr 2026 – ago 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura

  1. 7apr 26Chatham House
  2. 10apr 26The New York Times
  3. 1apr 26The New York Times
  4. 6giu 26The New York Times
  5. 9giu 26The Sunday Times Magazine
  6. 8giu 26The Economist Group
  7. 2ago 26Aeon
  8. 4ago 26The Economist
  9. 5ago 26The New York Times
  10. 3ago 26The Economist

Nel saggio L’ombra del futuro ho provato a leggere l’ordine internazionale con lo strumento che Robert Axelrod ha reso familiare: la cooperazione fra attori che non si fidano l’uno dell’altro regge finché il futuro pesa abbastanza, cioè finché il fattore di sconto con cui ciascuno valuta le partite successive resta alto. Questa catena mette alla prova quello schema con le schede che l’archivio ha raccolto nei mesi successivi. La prima è la conversazione in cui Fareed Zakaria, con Ezra Klein, descrive la trasformazione in corso con la formula di Stephen Walt, predatory hegemon: l’egemone del dopoguerra forniva beni pubblici globali, libertà di navigazione, commercio aperto, sicurezza delle alleanze, in cambio di un’influenza di lungo periodo, e Trump rovescia esattamente quel calcolo.1 Nel giro di poche ore passa dalla minaccia di annientare una civiltà al cessate il fuoco, fino a proporre all’Iran una joint venture sui pedaggi dello Stretto di Hormuz.

La tesi è che le potenze principali stanno scontando pesantemente il futuro, per predazione o per necessità, e che l’Europa, costruita sulla politica delle regole, deve imparare in fretta la politica degli eventi.

Chi sconta il futuro

David Polansky e Daniel Schillinger, su Aeon, partono dal discorso con cui Mark Carney ha citato a Davos il dialogo dei Meli contro Trump, e smontano tre autoinganni tucididei, a cominciare da quello dei Meli, convinti che la giustizia della propria causa bastasse a proteggerli.2 Le potenze medie che si appellano alle regole rischiano lo stesso errore. Dall’altra parte, l’Economist descrive un Putin che non sconta il futuro per scelta: il suo sistema tollera la violenza e non la percezione del fallimento, e a un regime che teme di essere impiccato dai propri complici il domani non offre alternative.3 Nella scheda lo riconducevo al meccanismo tucidideo della necessità, anankē. Lo stesso settimanale, su Taiwan, mostra il caso opposto: una democrazia che resiste perché i suoi cittadini hanno un futuro da difendere, e che per questo è il deterrente più solido contro una capitolazione senza guerra.4

I due tavoli

Robert Putnam ha descritto la diplomazia come un gioco a due livelli, in cui ogni governo tratta all’estero e insieme con il proprio elettorato. Roger Cohen, sul New York Times, ritrae Giorgia Meloni come un’interprete esperta di questo gioco: una destra che ha fatto campagna su identità e frontiere e governa con disciplina, presentabile a Washington come alternativa al modello Trump.5 Luuk van Middelaar, nel ritratto di Anton Jäger, propone all’Europa il passaggio decisivo: dalla politica delle regole, che presuppone un futuro stabile in cui le regole valgano, alla politica degli eventi, in cui si decide sotto pressione e si costruisce potere.6 Jäger lo paragona a Elbridge Colby, un teorico del potere che vuole convincere le élite che il momento machiavelliano è arrivato.

Il gioco che cambia

Le regole del gioco cambiano anche perché cambiano i giocatori. Chatham House ricostruisce come la corsa agli investimenti in difesa e in tecnologie a duplice uso stia ridisegnando la geografia dell’intelligenza artificiale fra Stati Uniti, Europa e Cina.7 L’Economist ha nominato come defence editor un generale ancora in servizio, che fra il 2020 e il 2022 ha comandato la 77 Brigade, l’unità britannica per le attività informative: la distanza fra chi racconta la guerra e chi la combatte con le informazioni si accorcia.8 E il Sunday Times racconta la sommozzatrice ucraina del commando che nel 2022 fece saltare il gasdotto Nord Stream, un’infrastruttura da venti miliardi che serviva i paesi alleati di Kiev: una mossa che nessun modello di cooperazione fra alleati avrebbe previsto.9

La controtesi è il limite noto di ogni modello, e va accolta. Rispondo con la distinzione che Zakaria stesso suggerisce: le singole decisioni di Trump sono imprevedibili, la direzione del suo calcolo non lo è. Un egemone che baratta l’influenza di lungo periodo con il guadagno immediato abbassa il valore del futuro per tutti, alleati compresi, e un’ombra del futuro corta rende razionale per gli altri difendersi da soli. È la ragione per cui la politica degli eventi di van Middelaar, da proposta di un intellettuale, è diventata per l’Europa una necessità.

Nella catena

  1. 1Ezra Klein / The New York Times — Fareed Zakaria on the Moral Cost of Trump’s War
  2. 2David Polansky & Daniel Schillinger / Aeon — Thucydides the perspicacious
  3. 3The Economist — Cornered, Vladimir Putin plans to escalate his war
  4. 4The Economist — Taking Taiwan’s democracy hostage
  5. 5Roger Cohen / The New York Times — Giorgia Meloni Cuts the Hard Right a Path to Power
  6. 6Anton Jäger / The New York Times — Europe Needs to Come Together. This Man Has Some Ideas.
  7. 7Chatham House — How surge in defence and dual-use technology investment could reconfigure global AI race
  8. 8The Economist Group — Alex Turner appointed as Defence Editor of The Economist
  9. 9The Sunday Times Magazine — How a former model from Kyiv blew up Russia’s $20bn gas pipeline
  10. 10The New York Times — Dentro le decisioni di Trump sull’Iran controtesi

Concetti ricorrenti nelle fonti shadow of the future×4 Stati Uniti×3 Europa×2 Iran×2 Russia×2 two-level games×2 Ucraina×2

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