Catena 11 fonti · nov 2025 – ott 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura
Un settimanale della Florida rurale pubblica un commento critico sugli effetti della guerra in Iran per gli americani. Glielo ha mandato un think tank che da anni gli manda articoli, e il pezzo passa come sono passati gli altri. Secondo un rapporto di OpenAI, ricostruito da Miriam Waldvogel sul Washington Post, era uno di un centinaio di articoli scritti con ChatGPT da utenti in Iran e usciti su almeno venti testate americane, sotto sette firme inventate e con foto profilo generate dal modello, ognuno adattato ai criteri della testata e accompagnato da un’email di proposta scritta anch’essa dalla macchina.1 La prima parte di questa serie ha guardato all’offesa che colpisce il canale. Questa si chiede che cosa difenda un pubblico, e trova una risposta meno tecnica di quanto ci si aspetterebbe.
L’attribuzione viene da OpenAI, che è parte interessata, e il Washington Post dichiara di avere con OpenAI una partnership di contenuti; chi abbia commissionato la campagna, OpenAI non sa dirlo. Il meccanismo, però, non dipende da questi dettagli. Il falso non è entrato per la bravura della macchina, ma perché ogni anello si è fidato del precedente, e nessuno ha verificato chi fosse l’autore.
Riconoscere non basta
La difesa più studiata d’Europa è costruita per un altro tipo di attacco. Oleksandr Liemienov e Sofiia Maksymiv, in un’analisi pubblicata da UNITED24 Media, il braccio editoriale della piattaforma lanciata da Zelensky e quindi una parte in guerra, descrivono come la propaganda russa abbia imparato a sembrare finlandese.2 La Finlandia è il caso più citato di resilienza alla disinformazione, per l’alfabetizzazione mediatica nei programmi scolastici e per la fiducia nelle testate nazionali, e la sua difesa insegna a riconoscere una firma: la fonte straniera, il registro propagandistico, il canale noto. Il metodo che gli autori descrivono la aggira traducendo il messaggio e innestandolo su rimostranze già locali, la NATO, la migrazione, la sovranità, finché si legge come patriottismo e non come messaggistica estera. Anche la risposta europea, dalle sanzioni contro RT e Sputnik del marzo 2022 al blocco automatizzato dei siti clone dell’aprile 2026, è una risposta a una firma. Questo archivio ha già seguito la corsa fra chi riconosce la firma e chi la toglie, in «La firma tolta»; qui interessa l’altra metà del caso della Florida, perché quel settimanale non ha mai dovuto riconoscere niente. Si è fidato del mittente.
Il danno, poi, non finisce con la rimozione dei pezzi. Il fondatore di Daily Kos osserva che, in una comunità dove già ci si accusa di essere bot per un disaccordo, una campagna così getta benzina sul sospetto reciproco. L’Economist, scrivendo d’altro, del perché l’intelligenza artificiale non debba uccidere l’autore, dà il nome a questa seconda ferita.3 Un testo umano richiede più tempo per essere scritto che per essere letto, e quell’asimmetria garantisce non la qualità ma lo sforzo: qualcuno ha ritenuto che valesse la pena dire qualcosa. È un segnale costoso, e il modello ne azzera il costo. Ne segue che il danno si produce anche dove la macchina non è stata usata, perché basta il sospetto per smettere di leggere, e la proliferazione dei falsi porta a diffidare del vero. Per un’operazione d’influenza è il risultato migliore possibile: non serve che il lettore creda al falso, basta che smetta di credere al resto.
Il capitale che si consuma
Se l’obiettivo dell’offesa è la fiducia, la difesa si misura in fiducia, e i numeri italiani raccolti da Andrea Nelson Mauro su sei anni di Digital News Report dicono dove sia arrivata.4 La fiducia nelle notizie è scesa dal 40 al 32 per cento, sotto la media globale del 37; la carta stampata è passata dal 18 all’11 per cento di portata settimanale; le piattaforme assorbono l’85 per cento dei ricavi pubblicitari digitali; il 36 per cento degli italiani evita le notizie spesso o a volte. Il cambiamento che conta è qualitativo: non si diffida più di questa o quella testata percepita come schierata, si diffida del sistema nel suo complesso. La sfiducia sistemica è la condizione in cui un’operazione come quella iraniana non deve più convincere nessuno, perché il terreno è già preparato.
L’Economist descrive la stessa erosione nel punto in cui la difesa dovrebbe essere più solida, i servizi pubblici radiotelevisivi europei.5 I bilanci dell’EBU sono calati del 10 per cento in un decennio, le licenze che garantivano l’indipendenza vengono sostituite da finanziamenti statali diretti, e i giganti tecnologici seppelliscono il servizio pubblico alla quindicesima pagina del menu televisivo. L’EBU chiede regole di «prominenza», cioè che chi controlla schermi, telecomandi e raccomandazioni sia obbligato a rendere visibile il servizio pubblico. La frase che chiude il pezzo vale come diagnosi: in caso di guerra o di crisi il pubblico non si rivolgerebbe a un influencer, si precipiterebbe verso le testate istituzionali. Se si ricordasse come trovarle. Quello che un servizio pubblico fornisce è un’agenda condivisa, cioè il minimo comune da cui un disaccordo può partire.
Rob Waugh, su Press Gazette, mostra l’esito opposto, dove la difesa è stata tolta per ragioni di bilancio e non per un attacco.6 Quartz, nata nel 2012 e arrivata al culmine a più di duecento persone, è oggi prodotta quasi per intero da una sola firma assistita dall’intelligenza artificiale: almeno 52 articoli in un giorno, circa ventimila parole al giorno, 9.200 pezzi da marzo, con un traffico che a settembre era un decimo di quello del 2020. Il settimanale che si fida per transitività e il sito che pubblica cinquanta pezzi al giorno sono i due estremi della stessa economia, in cui la verifica è il primo costo che si taglia. La catena «Dopo il link» aveva indicato nella fiducia e nelle regole la via d’uscita delle testate dalla crisi del traffico; vista dal fronte dell’informazione, la stessa fiducia è anche l’unica difesa che non si compra al momento del bisogno.
L’appartenenza come difesa
Dove il capitale tiene, tiene per ragioni che con l’informazione in senso stretto hanno poco a che fare. Francesco Tarchetti spiega con il brand love perché Il Post, senza paywall, ricavi tre quarti delle entrate dagli abbonati: le persone, dice Luca Sofri, si abbonano per partecipare a qualcosa, non per ricevere qualcosa.7 Una relazione di questo tipo genera fiducia quasi incondizionata e indulgenza per gli errori, ed è una difesa vera, perché un lettore legato da un’appartenenza non passa al primo think tank che gli scrive. Ha però un rovescio. La fiducia quasi incondizionata è la stessa che il settimanale della Florida accordava al suo mittente: l’appartenenza protegge finché chi la riceve continua a verificare per conto di chi la concede.
Der Spiegel mostra il prezzo della difesa quando l’oggetto da difendere è la memoria.8 Il settimanale ha trascritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale milioni di schede di iscrizione al partito nazista, rilasciate dagli Archivi nazionali americani nel marzo 2026, e le ha rese consultabili per cognome, mentre l’AfD guadagna terreno e Björn Höcke attacca iniziative di questo genere. Il servizio è riservato agli abbonati, e perfino la taz, che pubblica gratis, ha riconosciuto che la bonifica di milioni di schede illeggibili è lavoro giornalistico vero e ha un costo. La domanda che la scheda lascia aperta è quella di tutta questa sezione: una difesa pagata dagli abbonati difende soprattutto gli abbonati.
La prova comune
L’ultimo strato di fiducia non riguarda le testate ma le regole con cui si discute. Eva Illouz, su Le Grand Continent, spiega perché l’affare Dreyfus poté chiudersi: verteva su un fatto decidibile, il bordereau, e i due campi riconoscevano le stesse regole della prova.9 Picquart, che condivideva l’antisemitismo dell’esercito, cambia idea per ragioni documentarie; il J’accuse arriva dopo tre anni di carte accumulate, e la controversia dura dodici anni ma finisce. Illouz mette a confronto l’affare con la disputa sulla guerra di Gaza, che questa catena non tratta, e ne ricava uno strumento generale: oggi il problema non è la dissimulazione dei fatti ma la loro sovrabbondanza, che impedisce a ogni documento di diventare decisivo, davanti a un pubblico frammentato che non contiene più indecisi da persuadere.
Cameron Boult, su Synthese, dà il nome alla figura che prospera in quella sovrabbondanza.10 Lo «stronzo epistemico» non è chi sbaglia né chi mente, è chi si esenta dagli obblighi che pretende dagli altri: non indagare oltre, criticare senza essere criticabile, chiedere sempre altre prove. È la postura che un’operazione d’influenza non ha bisogno di creare, solo di alimentare, e il sospetto reciproco della comunità di Daily Kos ne è il risultato. Una difesa che regge, qui, è un’istituzione in cui un documento può ancora risultare decisivo, ed è anche il motivo per cui la sfiducia sistemica è più pericolosa di qualunque singolo falso: toglie di mezzo il tribunale prima ancora della sentenza.
L’obiezione descrive un’efficacia vera e un bersaglio diverso. Il firewall misura ciò che blocca, non ciò che costruisce: l’applicazione di Stato Max, preinstallata per legge, dichiara 55 milioni di iscritti e il 4 per cento ne segue davvero i contenuti; VK, che gestisce le piattaforme domestiche, ha perso quasi 95 miliardi di rubli nel 2024; un’ora di blocco mobile regionale costa circa 750 milioni di rubli. E le autrici non prevedono un blackout ma un restringimento, fatto di più autocensura e più apatia, cioè per decreto la stessa sfiducia e lo stesso evitamento delle notizie che i dati di Mauro registrano in Italia per erosione. È la frammentazione rivolta all’interno che la prima parte di questa serie aveva lasciato da parte: protegge chi governa dal contenuto che non autorizza, e lo fa consumando lo stesso capitale che dovrebbe difendere. La difesa che regge resta quella lenta, accumulata prima dell’attacco e pagata in tempo di pace da lettori, abbonati e contribuenti, che è anche la prima voce che il mercato oggi taglia. L’Economist lo ha detto dei servizi pubblici, e vale per tutte le schede di questa catena: nel momento della crisi il pubblico cercherà le istituzioni di cui si fida, se si ricorderà come trovarle.
Nella catena
- 1Miriam Waldvogel / The Washington Post — A Florida local newspaper ran an oped. It was an Iranian AI fake.
- 2Oleksandr Liemienov e Sofiia Maksymiv / UNITED24 Media — How Russian Propaganda Learned to Look Finnish
- 3The Economist — Don’t let AI kill the author
- 4Andrea Nelson Mauro / Fare cose coi dati e l’Intelligenza Artificiale — Com'è cambiata l’informazione in Italia negli ultimi 6 anni
- 5The Economist — Europe’s public broadcasters go from prime time to hard-to-find
- 6Rob Waugh / Press Gazette — Quartz website mainly produced by one AI-assisted reporter writing 50+ stories per day
- 7Francesco Tarchetti / non ho capito — Per contare devi farti amare (l’attenzione non basta più)
- 8Der Spiegel — NSDAP-Archiv: Finden Sie heraus, was Ihre Familie unter Hitler getan hat
- 9Eva Illouz / Le Grand Continent — Après l’épreuve de la preuve
- 10Cameron Boult / Synthese — Epistemic assholes
- 11Maria Domańska, Katarzyna Chawryło / OSW — The Great Russian Firewall: the Kremlin’s ultimate crackdown on internet freedom controtesi
Concetti ricorrenti nelle fonti editoria×5 sfiducia sistemica×4 propaganda×3 news avoidance×2 riciclaggio informativo×2 Russia×2